PIOGGIA

Pioveva.
Proprio adesso, maledizione!
Mi infilai nel primo portone aperto. Un quarto alle sei. Bah! Avrebbe cessato presto, pensai.
S’era messo a scrosciare all’improvviso, dopo che il sole era sparito dietro una nuvola. Doveva essere lì da un pezzo quella nuvola. E chissà se qualcuno se n’era accorto.
Alzare gli occhi, guardare il cielo: è un’abitudine che abbiamo perso, presi come siamo dalle cose della Terra. Di notte poi, con le luci della città, il cielo perde il suo ordito e rimane un telo scuro che incombe sulla nostra anima. Minaccioso. Allora gli occhi li teniamo ben fissi a terra. Al massimo solleviamo lo sguardo fino alla nostra altezza, non oltre.

Di colpo il cielo era divenuto grigio e tuoni avevano fatto tremare l’aria. Poi, la pioggia, abbondante, grossa, come usano i temporali estivi. Fortuna che c’era quel portone.
Rimasi a osservare i fili d’acqua che scendevano fitti, in una trama compatta e infinita. Chiedersi il perché di quello scroscio improvviso, poteva essere banale. O forse no. Da bambini, la nostra curiosità viene messa a tacere, mortificando il desiderio di conoscere. Così perdiamo la voglia e la capacità di porci domande: una sorta di pigrizia che la paura alleva nel suo seno. Tuttavia, fra tanti adulti che affogano la curiosità nella fretta, un genitore avrà raccontato la storia delle nuvole che si incontrano: un’attrazione naturale, senza arzigogoli. Un atto d’amore, vita che si trasforma e si rinnova.

Pioveva.
Da qualche minuto le gocce tamburellavano sull’asfalto e sui tettucci delle auto parcheggiate. Cadevano vicinissime, formando uno schizzetto che perdeva i contorni in un attimo: disegni irripetibili, ricami d’acqua che non riuscivi a cogliere. Sembravano tutti uguali. Non lo erano. Non esiste entità con un suo identico. Un fatto meraviglioso, incredibile a pensarci. L’infinito è originalità, ecco perché pecchiamo quando siamo artefici di morte, della perdita di una forma di esistenza, pur minima. È una bella responsabilità. Eppure, la stessa ignoranza, l’incoscienza che ci porta a distruggere, salva la nostra anima da una responsabilità totale. Una incongruenza, ma solo apparente, che è parte del progetto di mutamento. Evoluzione infinita.

Intanto io ero lì, dentro quel portone a contare i passi alla fretta, col cuore che batteva ansia.
Avevo già guardato l’orologio più volte, quasi a volerlo fermare. Invece camminava inesorabile come per farmelo apposta. Comunque mancava mezz’ora all’appuntamento e quel diluvio di fine agosto doveva pur cessare.
Qua e là si erano formate pozzanghere, dove l’asfalto si avvallava. E nell’acqua più abbondante, le gocce suonavano note più gravi. Formavano bolle d’aria. Piccole, grandi. Galleggiavano. Andavano lente fino a dileguarsi nel nulla: fisicità che si dissolve in nuove dimensioni. A momenti era la ruota di un’auto a finirle. Pesante. Un accidente nel processo del mutamento, quasi un big bang cosmico. Il copertone scivolava veloce sull’asfalto e schiacciava l’acqua, la violentava, lasciando dietro di sé una scia di sudicia schiuma. Creava solchi, onde che invadevano nuovo asfalto, lo inzuppavano, alimentavano nuove pozze e collegavano mondi distanti. In superficie affioravano brandelli inerti: frammenti, polvere, forme materiali dormienti, in attesa di tornare nel processo della vita. Poi il sommovimento si placava e la pozzanghera riprendeva il suo aspetto, con la fanghiglia, il picchiettare della pioggia. Schizzetti, suoni, bolle … tutto uguale, in apparenza.

Sei e un quarto: cominciava a farsi tardi. Ci volevano buoni dieci minuti, camminando svelti, e l’appuntamento era per le sei e mezzo.
Un cellulare mi avrebbe fatto comodo, ma lo avevo sempre rifiutato per paura di perdere la mia libertà, anche se non è l’oggetto a renderci schiavi, ma il modo in cui ce ne serviamo.

Poco distante, un rigagnolo fluiva al margine della strada: correva come attratto da una forza misteriosa. Irresistibile. Trascinava ogni esistenza leggera: pagliuzze, cicche, rametti. Una foglia secca si lasciava cullare da quella irruenza liquida, mentre rimanevo inchiodato in quel portone, in attesa che spiovesse.
A un tratto l’acqua perdeva la sua baldanza, si sgonfiava, finendo la corsa in un gorgo che, di tanto in tanto lasciava intravvedere una grata. La foglia, rimasta impigliata col picciolo nei ferri, si piegava, tremava tra luce e tenebra, quasi timorosa di abbandonare quello spicchio di mondo appena conosciuto per un paese e un destino ignoti; lo stesso attaccamento che ci lega all’esistenza, che ci obbliga a ogni forma di respiro, compromesso, sofferenza, prima del trapasso. Smarriti davanti al buio, come una povera foglia.
Guardai ancora l’orologio e mi chiesi se i temporali estivi non avessero perso il senso del tempo.

Pioveva.
Sì, continuava a piovere, maledizione! Le gocce ticchettavano fitte, anche sulla pelle incartapecorita della misera foglia. Era ancora lì e chissà per quanto. Come me.
Il picchiettio adesso veniva dalla copertura di un ombrello, che riparava frammenti di asfalto; non le scarpe di quel temerario, fradice d’acqua. I passi accompagnavano veloci l’armonia della pioggia a dirotto, ne completavano il ritmo. Avessi avuto un ombrello, almeno! Ma chi poteva immaginare! Avrei affrontato anch’io la violenza di quel nubifragio. In maniche di camicia, no. Era come essere nudo davanti alle intemperie della vita.
Mi balenò uno strano pensiero, inaspettato: e se mi fossi sentito nudo lì dove sarei dovuto essere? Avevo accettato di incontrare l’assessore con molta reticenza: non faceva parte del mio carattere chiedere favori a uno sconosciuto, anche se mi aveva raccomandato mio zio. Tra l’altro, lui era di parte opposta. Ma in periodo di elezioni, un politico è facilmente abbordabile e a te, povero cittadino, sembra di poter chiedere ogni cosa. È come se diventassi improvvisamente potente e, per un momento il potente sia alla tua mercé.

Pioveva.
Le sei e mezzo, dannazione! E non voleva smettere! Il cielo era intasato di grigio e l’acqua continuava a venir giù fitta. Al diavolo l’appuntamento! Al diavolo l’assessore! Al diavolo la raccomandazione! Al diavolo anche il bisogno di aver bisogno degli altri!

Pioveva.
Presto avrebbe smesso e l’asfalto sarebbe diventato asciutto. Del temporale estivo non sarebbe rimasta traccia se non nel ricordo di un tentativo andato a vuoto. Ma, in fondo, doveva trattarsi di una cosa meno importante della pioggia!

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