PAROLE DI STELLE

Apparve in lontananza, macchia scura sulla collina. Agile, sul suo cavallo pezzato, senza il rumore di zoccoli.
Il sole ne disegnava la figura imponente e la linea delle spalle si muoveva morbida sotto l’ampio mantello: pelli colorate, con l’arcobaleno delle piume variopinte.

Avanzò lentamente, incedere fiero come quello dei due guerrieri che lo seguivano a piedi. Interminabili gli attimi di attesa. Ansia curiosa, trepidazione.

Capo Seattle si fermò. I due uomini con lui. Nessun colore di guerra sul volto, nessun segno, se non quello dell’età: rughe scavate dagli anni, da una serenità pacata che, timida si concede alla saggezza.

Gli occhi erano senza orgoglio, privi di timore e soggezione. Sprigionavano solo una luce immensa e aspra. Austera. E un senso di rispetto che faceva abbassare lo sguardo.

Davanti alla tenda da campo, allestita per l’occasione, il generale Harrison, comandante del 5° Cavalleggeri, accolse i tre uomini col saluto militare. Pochi gesti, preliminari secchi e Capo Seattle si accomodò accanto a un tavolino, coperto di una tela blu.
I due pellirosse rimasero in piedi al suo fianco, quasi a sfiorare la pensilina di tela bianca, tenuta da due legni che stavano conficcati nella polvere del terreno. Arso.
«Sono qui per porgere il saluto del mio Paese al grande Capo Seattle e al popolo Duwamish che abita il territorio di Washington» disse il generale Harrison, mentre una giacca azzurra prendeva nota delle parole, alla sua sinistra.
«Lunghi anni di guerre hanno insanguinato queste terre aspre e meravigliose, ed è tempo ormai che i nostri popoli convivano in pace e amicizia.

È questo il messaggio che il Presidente degli Stati Uniti invia al popolo rosso, ed è anche il suo auspicio e il suo più vivo desiderio.

Attraverso la mia persona, il Presidente fa anche sapere al grande Capo Seattle che Egli è disposto a comprare la terra del valoroso popolo rosso, dal quale si aspetta un passo responsabile e un fattivo gesto di collaborazione».

Capo Seattle rimase immobile. Impassibile fissò il generale. Un tempo lunghissimo. Poi volse lo sguardo al soldato blu che attendeva impaziente di riprendere a scrivere. Abbassò la testa e coprì col mantello la parte di braccio sinistro che era scoperta. Lentamente.

«Il Grande Capo di Washington ci fa conoscere il suo desiderio di comprare la nostra terra» disse. «Il Grande Capo ci invia anche espressioni di amicizia e di pace. È un gesto gentile da parte sua, poiché sappiamo che Egli, in cambio, non ha molto bisogno della nostra amicizia».
La Giacca blu levò gli occhi dal foglio e guardò il generale: un cenno e gli fu ordinato di continuare.
«Esamineremo la vostra proposta» riprese Capo Seattle «poiché sappiamo che se non vendiamo l’uomo bianco può venire con i fucili e prendere la nostra terra».
Questa volta fu il generale Harrison ad avere un impercettibile moto d’impazienza.
Il capo Duwamish non vi badò. Volse invece lo sguardo verso la radura al di là della tenda e parve abbracciare l’immensità con gli occhi della mente, come aquila che vola alta e disegna linee infinite.

«Come si possono comprare o vendere il cielo, il calore della terra! È un’idea assurda per noi. Come potreste infatti comprare da noi la frescura dell’aria, gli zampilli dell’acqua, dal momento che non ci appartengono!

Decideremo quando lo riterremo opportuno. Il Grande Capo a Washington può avere della sincerità delle parole di Capo Seattle, la stessa certezza che i nostri fratelli bianchi hanno del ritorno delle stagioni. Le mie parole sono come le stelle».

Share
This entry was posted in Bambini e ragazzi, Prosa, Racconti, Riscritture. Bookmark the permalink.

Lascia un commento