da: IL PRINCIPE FELICE di Oscar Wilde – riscrittura in versi

Sorgeva sopra un’esile colonna,
bello e possente, il Principe Felice.
Con gli occhi di zaffiro lui guardava
dall’alto la città, come in cornice.

Coperta di sottili foglie d’oro,
la statua somigliava a un cherubino.
A completare quel capolavoro,
sull’elsa della spada … un bel rubino.

Chiunque la vedeva si fermava,
lodandola con gli occhi e le parole
per l’eleganza e le fattezze rare.
Del Principe era fiero pure il sole.

. . . . . . . .

Quando alla fine si sentì morire
ebbe giusto la forza di volare
sulla spalla del Principe Felice.
«Addio, mio caro, ti vorrei baciare

la dolce mano» disse l’uccellino.
«Davvero son contento, amico mio»
il Principe gli disse, «che tu vada,
e giù in Egitto porti il cinguettio».

«Non è in Egitto che io vado» disse
la rondine tremante, «ma all’oscura
dimora della Morte». Il Principe
baciò teneramente e cadde dura.

S’udì improvvisamente nella statua
un colpo sordo, un crac, e come un botto:
per il dolore il Principe era andato
e il cuore suo di piombo s’era rotto!

. . . . . . . .

«Che cosa strana» disse l’operaio,
addetto alla fornace, in fonderia.
«Il piombo di ‘sto cuore non si fonde:
non mi rimane che buttarlo via!»

E così fece. E il cuore andò a finire
tra l’immondizia fetida e ammucchiata,
dov’era stata pure abbandonata
la rondinella morta assiderata.

«Va’ sulla Terra e portami due cose,
le più preziose che saprai trovare»
ad uno dei suoi Angeli nel cielo
Iddio richiese in tono familiare.

E l’angelo tornò portando seco
un cuor di piombo e un uccellino morto.
«Scelta migliore non potevi fare,
mio Angelo, sei stato proprio accorto,

ché questa rondinella col suo canto
allieterà per sempre il Paradiso
e il Principe Felice col suo cuore
vivrà in eterno accanto a me assiso».

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PIOGGIA

Pioveva.
Proprio adesso, maledizione!
Mi infilai nel primo portone aperto. Un quarto alle sei. Bah! Avrebbe cessato presto, pensai.
S’era messo a scrosciare all’improvviso, dopo che il sole era sparito dietro una nuvola. Doveva essere lì da un pezzo quella nuvola. E chissà se qualcuno se n’era accorto.
Alzare gli occhi, guardare il cielo: è un’abitudine che abbiamo perso, presi come siamo dalle cose della Terra. Di notte poi, con le luci della città, il cielo perde il suo ordito e rimane un telo scuro che incombe sulla nostra anima. Minaccioso. Allora gli occhi li teniamo ben fissi a terra. Al massimo solleviamo lo sguardo fino alla nostra altezza, non oltre.

Di colpo il cielo era divenuto grigio e tuoni avevano fatto tremare l’aria. Poi, la pioggia, abbondante, grossa, come usano i temporali estivi. Fortuna che c’era quel portone.
Rimasi a osservare i fili d’acqua che scendevano fitti, in una trama compatta e infinita. Chiedersi il perché di quello scroscio improvviso, poteva essere banale. O forse no. Da bambini, la nostra curiosità viene messa a tacere, mortificando il desiderio di conoscere. Così perdiamo la voglia e la capacità di porci domande: una sorta di pigrizia che la paura alleva nel suo seno. Tuttavia, fra tanti adulti che affogano la curiosità nella fretta, un genitore avrà raccontato la storia delle nuvole che si incontrano: un’attrazione naturale, senza arzigogoli. Un atto d’amore, vita che si trasforma e si rinnova.

Pioveva.
Da qualche minuto le gocce tamburellavano sull’asfalto e sui tettucci delle auto parcheggiate. Cadevano vicinissime, formando uno schizzetto che perdeva i contorni in un attimo: disegni irripetibili, ricami d’acqua che non riuscivi a cogliere. Sembravano tutti uguali. Non lo erano. Non esiste entità con un suo identico. Un fatto meraviglioso, incredibile a pensarci. L’infinito è originalità, ecco perché pecchiamo quando siamo artefici di morte, della perdita di una forma di esistenza, pur minima. È una bella responsabilità. Eppure, la stessa ignoranza, l’incoscienza che ci porta a distruggere, salva la nostra anima da una responsabilità totale. Una incongruenza, ma solo apparente, che è parte del progetto di mutamento. Evoluzione infinita.

Intanto io ero lì, dentro quel portone a contare i passi alla fretta, col cuore che batteva ansia.
Avevo già guardato l’orologio più volte, quasi a volerlo fermare. Invece camminava inesorabile come per farmelo apposta. Comunque mancava mezz’ora all’appuntamento e quel diluvio di fine agosto doveva pur cessare.
Qua e là si erano formate pozzanghere, dove l’asfalto si avvallava. E nell’acqua più abbondante, le gocce suonavano note più gravi. Formavano bolle d’aria. Piccole, grandi. Galleggiavano. Andavano lente fino a dileguarsi nel nulla: fisicità che si dissolve in nuove dimensioni. A momenti era la ruota di un’auto a finirle. Pesante. Un accidente nel processo del mutamento, quasi un big bang cosmico. Il copertone scivolava veloce sull’asfalto e schiacciava l’acqua, la violentava, lasciando dietro di sé una scia di sudicia schiuma. Creava solchi, onde che invadevano nuovo asfalto, lo inzuppavano, alimentavano nuove pozze e collegavano mondi distanti. In superficie affioravano brandelli inerti: frammenti, polvere, forme materiali dormienti, in attesa di tornare nel processo della vita. Poi il sommovimento si placava e la pozzanghera riprendeva il suo aspetto, con la fanghiglia, il picchiettare della pioggia. Schizzetti, suoni, bolle … tutto uguale, in apparenza.

Sei e un quarto: cominciava a farsi tardi. Ci volevano buoni dieci minuti, camminando svelti, e l’appuntamento era per le sei e mezzo.
Un cellulare mi avrebbe fatto comodo, ma lo avevo sempre rifiutato per paura di perdere la mia libertà, anche se non è l’oggetto a renderci schiavi, ma il modo in cui ce ne serviamo.

Poco distante, un rigagnolo fluiva al margine della strada: correva come attratto da una forza misteriosa. Irresistibile. Trascinava ogni esistenza leggera: pagliuzze, cicche, rametti. Una foglia secca si lasciava cullare da quella irruenza liquida, mentre rimanevo inchiodato in quel portone, in attesa che spiovesse.
A un tratto l’acqua perdeva la sua baldanza, si sgonfiava, finendo la corsa in un gorgo che, di tanto in tanto lasciava intravvedere una grata. La foglia, rimasta impigliata col picciolo nei ferri, si piegava, tremava tra luce e tenebra, quasi timorosa di abbandonare quello spicchio di mondo appena conosciuto per un paese e un destino ignoti; lo stesso attaccamento che ci lega all’esistenza, che ci obbliga a ogni forma di respiro, compromesso, sofferenza, prima del trapasso. Smarriti davanti al buio, come una povera foglia.
Guardai ancora l’orologio e mi chiesi se i temporali estivi non avessero perso il senso del tempo.

Pioveva.
Sì, continuava a piovere, maledizione! Le gocce ticchettavano fitte, anche sulla pelle incartapecorita della misera foglia. Era ancora lì e chissà per quanto. Come me.
Il picchiettio adesso veniva dalla copertura di un ombrello, che riparava frammenti di asfalto; non le scarpe di quel temerario, fradice d’acqua. I passi accompagnavano veloci l’armonia della pioggia a dirotto, ne completavano il ritmo. Avessi avuto un ombrello, almeno! Ma chi poteva immaginare! Avrei affrontato anch’io la violenza di quel nubifragio. In maniche di camicia, no. Era come essere nudo davanti alle intemperie della vita.
Mi balenò uno strano pensiero, inaspettato: e se mi fossi sentito nudo lì dove sarei dovuto essere? Avevo accettato di incontrare l’assessore con molta reticenza: non faceva parte del mio carattere chiedere favori a uno sconosciuto, anche se mi aveva raccomandato mio zio. Tra l’altro, lui era di parte opposta. Ma in periodo di elezioni, un politico è facilmente abbordabile e a te, povero cittadino, sembra di poter chiedere ogni cosa. È come se diventassi improvvisamente potente e, per un momento il potente sia alla tua mercé.

Pioveva.
Le sei e mezzo, dannazione! E non voleva smettere! Il cielo era intasato di grigio e l’acqua continuava a venir giù fitta. Al diavolo l’appuntamento! Al diavolo l’assessore! Al diavolo la raccomandazione! Al diavolo anche il bisogno di aver bisogno degli altri!

Pioveva.
Presto avrebbe smesso e l’asfalto sarebbe diventato asciutto. Del temporale estivo non sarebbe rimasta traccia se non nel ricordo di un tentativo andato a vuoto. Ma, in fondo, doveva trattarsi di una cosa meno importante della pioggia!

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da: IL LIBRO

… Era già notte. Il cielo blu profondo,
come un arazzo carico di stelle,
copriva la città piena di luci
e l’ammantava, dandole riposo.

C’era silenzio intorno, immensa pace,
come se il tempo fosse quell’istante,
perenne ed immutabile, costante.

Ma ecco che una musica sottile,
la nota prolungata di un violino,
prese ad empire l’aria in ogni punto,
prima leggera, dopo in un crescendo;
e quei puntini luminosi in cielo
si mossero con grazia, con lentezza,
fino a disporsi l’uno accanto all’altro.

E cominciarono a danzare in tondo
tutte le stelle, come fosse un corpo
unico immenso, ampio e luminoso
e mano a mano che la danza andava
il giro si faceva vorticoso
e componeva un’armonia celeste
che permeava l’universo intero.

La volta s’era fatta bianco puro,
il frutto dei colori messi insieme,
ma non abbacinava quel candore,
radioso più del sole a mezzogiorno…..

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da: EMOTIONI

Vorrei
poter raccogliere il cordone
della vita
alla donna che partorisce
nel dolore,
vorrei
poter spezzare i rebbi
del pregiudizio
all’uomo che sopprime
nell’ignoranza,
vorrei
poter riporre
al bambino l’innocenza
prima che il ladro raccolga
la refurtiva.

* * *

Torneranno i giorni a bussare
alle porte del ricordo, ai cancelli
il sole lascerà il calore, con la brezza
del mare e nella quiete
dei silenzi il tempo
fitto d’istanti
sfiorerà la vita segreta.
Torneranno nella memoria anche
i colori delle delizie perdute
coi piaceri struggenti e i profumi
rubati alla notte.
Torneranno sulle manciate di terra
alla sepoltura.

* * *

In volo
sui petali del cuore sugge
l’ape il silenzio dei prati
in fiore.
Con mani di bambino
avvicino ai monti la chiglia
ricurva della luna
per tingere di bianco
la notte.
Vagolano i sogni
prima di spegnersi
come farfalla ebbra di luce
a sera.

* * *

Ci siamo immersi
nelle acque calde
d’agosto.
Ci hanno accolto
le pianure dorate
di granturco.
Chi ci vestirà
nei rigidi inverni
della nostra storia?

* * *

Andai di notte
come il ladro che nasconde
i suoi passi.
Tornai di giorno
come il pittore che mostra
le sue tele.
Fermo rimango
nella mutevolezza
dei miei sentimenti
mentre Dio tace,
intento a rimirar se stesso.

* * *

Da giovane
guardai nel pozzo:
ondeggiava l’acqua
di desideri.
Riguardai,
vecchio:
l’acqua cheta
mostrò il mio volto.
Ormai raggrinzito.

* * *

L’aria del giorno
placa la sete alla luce.
Si ricompongono
i tuoi capelli
che cercano nel vento
il canto della sera.
Nella tua bocca
dipinta
siede l’incanto della notte,
mentre gli ultimi cigolii
della carrozza
accompagnano il profumo
della giovinezza ormai lontana.

* * *

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