PIOGGIA

Pioveva.
Proprio adesso, maledizione!
Mi infilai nel primo portone aperto. Un quarto alle sei. Bah! Avrebbe cessato presto, pensai.
S’era messo a scrosciare all’improvviso, dopo che il sole era sparito dietro una nuvola. Doveva essere lì da un pezzo quella nuvola. E chissà se qualcuno se n’era accorto.
Alzare gli occhi, guardare il cielo: è un’abitudine che abbiamo perso, presi come siamo dalle cose della Terra. Di notte poi, con le luci della città, il cielo perde il suo ordito e rimane un telo scuro che incombe sulla nostra anima. Minaccioso. Allora gli occhi li teniamo ben fissi a terra. Al massimo solleviamo lo sguardo fino alla nostra altezza, non oltre.

Di colpo il cielo era divenuto grigio e tuoni avevano fatto tremare l’aria. Poi, la pioggia, abbondante, grossa, come usano i temporali estivi. Fortuna che c’era quel portone.
Rimasi a osservare i fili d’acqua che scendevano fitti, in una trama compatta e infinita. Chiedersi il perché di quello scroscio improvviso, poteva essere banale. O forse no. Da bambini, la nostra curiosità viene messa a tacere, mortificando il desiderio di conoscere. Così perdiamo la voglia e la capacità di porci domande: una sorta di pigrizia che la paura alleva nel suo seno. Tuttavia, fra tanti adulti che affogano la curiosità nella fretta, un genitore avrà raccontato la storia delle nuvole che si incontrano: un’attrazione naturale, senza arzigogoli. Un atto d’amore, vita che si trasforma e si rinnova.

Pioveva.
Da qualche minuto le gocce tamburellavano sull’asfalto e sui tettucci delle auto parcheggiate. Cadevano vicinissime, formando uno schizzetto che perdeva i contorni in un attimo: disegni irripetibili, ricami d’acqua che non riuscivi a cogliere. Sembravano tutti uguali. Non lo erano. Non esiste entità con un suo identico. Un fatto meraviglioso, incredibile a pensarci. L’infinito è originalità, ecco perché pecchiamo quando siamo artefici di morte, della perdita di una forma di esistenza, pur minima. È una bella responsabilità. Eppure, la stessa ignoranza, l’incoscienza che ci porta a distruggere, salva la nostra anima da una responsabilità totale. Una incongruenza, ma solo apparente, che è parte del progetto di mutamento. Evoluzione infinita.

Intanto io ero lì, dentro quel portone a contare i passi alla fretta, col cuore che batteva ansia.
Avevo già guardato l’orologio più volte, quasi a volerlo fermare. Invece camminava inesorabile come per farmelo apposta. Comunque mancava mezz’ora all’appuntamento e quel diluvio di fine agosto doveva pur cessare.
Qua e là si erano formate pozzanghere, dove l’asfalto si avvallava. E nell’acqua più abbondante, le gocce suonavano note più gravi. Formavano bolle d’aria. Piccole, grandi. Galleggiavano. Andavano lente fino a dileguarsi nel nulla: fisicità che si dissolve in nuove dimensioni. A momenti era la ruota di un’auto a finirle. Pesante. Un accidente nel processo del mutamento, quasi un big bang cosmico. Il copertone scivolava veloce sull’asfalto e schiacciava l’acqua, la violentava, lasciando dietro di sé una scia di sudicia schiuma. Creava solchi, onde che invadevano nuovo asfalto, lo inzuppavano, alimentavano nuove pozze e collegavano mondi distanti. In superficie affioravano brandelli inerti: frammenti, polvere, forme materiali dormienti, in attesa di tornare nel processo della vita. Poi il sommovimento si placava e la pozzanghera riprendeva il suo aspetto, con la fanghiglia, il picchiettare della pioggia. Schizzetti, suoni, bolle … tutto uguale, in apparenza.

Sei e un quarto: cominciava a farsi tardi. Ci volevano buoni dieci minuti, camminando svelti, e l’appuntamento era per le sei e mezzo.
Un cellulare mi avrebbe fatto comodo, ma lo avevo sempre rifiutato per paura di perdere la mia libertà, anche se non è l’oggetto a renderci schiavi, ma il modo in cui ce ne serviamo.

Poco distante, un rigagnolo fluiva al margine della strada: correva come attratto da una forza misteriosa. Irresistibile. Trascinava ogni esistenza leggera: pagliuzze, cicche, rametti. Una foglia secca si lasciava cullare da quella irruenza liquida, mentre rimanevo inchiodato in quel portone, in attesa che spiovesse.
A un tratto l’acqua perdeva la sua baldanza, si sgonfiava, finendo la corsa in un gorgo che, di tanto in tanto lasciava intravvedere una grata. La foglia, rimasta impigliata col picciolo nei ferri, si piegava, tremava tra luce e tenebra, quasi timorosa di abbandonare quello spicchio di mondo appena conosciuto per un paese e un destino ignoti; lo stesso attaccamento che ci lega all’esistenza, che ci obbliga a ogni forma di respiro, compromesso, sofferenza, prima del trapasso. Smarriti davanti al buio, come una povera foglia.
Guardai ancora l’orologio e mi chiesi se i temporali estivi non avessero perso il senso del tempo.

Pioveva.
Sì, continuava a piovere, maledizione! Le gocce ticchettavano fitte, anche sulla pelle incartapecorita della misera foglia. Era ancora lì e chissà per quanto. Come me.
Il picchiettio adesso veniva dalla copertura di un ombrello, che riparava frammenti di asfalto; non le scarpe di quel temerario, fradice d’acqua. I passi accompagnavano veloci l’armonia della pioggia a dirotto, ne completavano il ritmo. Avessi avuto un ombrello, almeno! Ma chi poteva immaginare! Avrei affrontato anch’io la violenza di quel nubifragio. In maniche di camicia, no. Era come essere nudo davanti alle intemperie della vita.
Mi balenò uno strano pensiero, inaspettato: e se mi fossi sentito nudo lì dove sarei dovuto essere? Avevo accettato di incontrare l’assessore con molta reticenza: non faceva parte del mio carattere chiedere favori a uno sconosciuto, anche se mi aveva raccomandato mio zio. Tra l’altro, lui era di parte opposta. Ma in periodo di elezioni, un politico è facilmente abbordabile e a te, povero cittadino, sembra di poter chiedere ogni cosa. È come se diventassi improvvisamente potente e, per un momento il potente sia alla tua mercé.

Pioveva.
Le sei e mezzo, dannazione! E non voleva smettere! Il cielo era intasato di grigio e l’acqua continuava a venir giù fitta. Al diavolo l’appuntamento! Al diavolo l’assessore! Al diavolo la raccomandazione! Al diavolo anche il bisogno di aver bisogno degli altri!

Pioveva.
Presto avrebbe smesso e l’asfalto sarebbe diventato asciutto. Del temporale estivo non sarebbe rimasta traccia se non nel ricordo di un tentativo andato a vuoto. Ma, in fondo, doveva trattarsi di una cosa meno importante della pioggia!

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da: IL LIBRO

… Era già notte. Il cielo blu profondo,
come un arazzo carico di stelle,
copriva la città piena di luci
e l’ammantava, dandole riposo.

C’era silenzio intorno, immensa pace,
come se il tempo fosse quell’istante,
perenne ed immutabile, costante.

Ma ecco che una musica sottile,
la nota prolungata di un violino,
prese ad empire l’aria in ogni punto,
prima leggera, dopo in un crescendo;
e quei puntini luminosi in cielo
si mossero con grazia, con lentezza,
fino a disporsi l’uno accanto all’altro.

E cominciarono a danzare in tondo
tutte le stelle, come fosse un corpo
unico immenso, ampio e luminoso
e mano a mano che la danza andava
il giro si faceva vorticoso
e componeva un’armonia celeste
che permeava l’universo intero.

La volta s’era fatta bianco puro,
il frutto dei colori messi insieme,
ma non abbacinava quel candore,
radioso più del sole a mezzogiorno…..

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da: EMOTIONI

Vorrei
poter raccogliere il cordone
della vita
alla donna che partorisce
nel dolore,
vorrei
poter spezzare i rebbi
del pregiudizio
all’uomo che sopprime
nell’ignoranza,
vorrei
poter riporre
al bambino l’innocenza
prima che il ladro raccolga
la refurtiva.

* * *

Torneranno i giorni a bussare
alle porte del ricordo, ai cancelli
il sole lascerà il calore, con la brezza
del mare e nella quiete
dei silenzi il tempo
fitto d’istanti
sfiorerà la vita segreta.
Torneranno nella memoria anche
i colori delle delizie perdute
coi piaceri struggenti e i profumi
rubati alla notte.
Torneranno sulle manciate di terra
alla sepoltura.

* * *

In volo
sui petali del cuore sugge
l’ape il silenzio dei prati
in fiore.
Con mani di bambino
avvicino ai monti la chiglia
ricurva della luna
per tingere di bianco
la notte.
Vagolano i sogni
prima di spegnersi
come farfalla ebbra di luce
a sera.

* * *

Ci siamo immersi
nelle acque calde
d’agosto.
Ci hanno accolto
le pianure dorate
di granturco.
Chi ci vestirà
nei rigidi inverni
della nostra storia?

* * *

Andai di notte
come il ladro che nasconde
i suoi passi.
Tornai di giorno
come il pittore che mostra
le sue tele.
Fermo rimango
nella mutevolezza
dei miei sentimenti
mentre Dio tace,
intento a rimirar se stesso.

* * *

Da giovane
guardai nel pozzo:
ondeggiava l’acqua
di desideri.
Riguardai,
vecchio:
l’acqua cheta
mostrò il mio volto.
Ormai raggrinzito.

* * *

L’aria del giorno
placa la sete alla luce.
Si ricompongono
i tuoi capelli
che cercano nel vento
il canto della sera.
Nella tua bocca
dipinta
siede l’incanto della notte,
mentre gli ultimi cigolii
della carrozza
accompagnano il profumo
della giovinezza ormai lontana.

* * *

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FINCHÉ C’È SCUOLA…

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STORIA DELLA CAPRIN

« Posso fare due passi? »
« Dove? »
« Qui, nei dintorni »
« Purché rientri per le sette » rispose l’uomo, che non se la sentiva di negare qualche ora di libertà a chi gli aveva portato tutto quel carico.
L’asino fece un raglio in segno di riconoscenza, spenzolò la coda e s’incamminò leggero per le vie del quartiere.
Per un bel tratto, una soma due volte più pesante di lui gli aveva sfiancato l’anima, ma poi aveva trascorso gran parte del viaggio immobilizzato in due metri di bagnarola, in attesa di raggiungere il porticciolo. Così aveva proprio bisogno di muoversi adesso, e l’aria di un fresco pomeriggio d’autunno lo rendeva disponibile verso il mondo, pure verso il suo padrone.
D’altronde non aveva di che lamentarsi: lui offriva muscoli e pazienza e in cambio riceveva cibo e riparo. Al contrario di tanti suoi amici. Gli raccontavano certe storie da far rizzare il pelo! Legnate pugni calci e perfino l’onta della fame e il buio della stalla per giorni interi! Tra lui e il suo padrone c’era invece una cosa fondamentale: il rispetto! quello che deve esserci per ogni creatura di Dio. Ciascuno con la sua indole e il proprio ruolo, naturalmente. Ci fosse il rispetto, pensava, vivremmo tutti meglio: litigheremmo meno e non faremmo guerre!
Intanto, seguendo i suoi pensieri, era giunto alla piazzetta dello stadio; era come l’aveva lasciata l’estate di due anni prima: la banca ad angolo con le tessere di ceramica verde, l’aiuola spartitraffico, la statua della ‘Vittoria’, i soliti autobus fermi al capolinea, il muro di cinta dello stadio. Eppure avvertiva qualcosa di strano, come se l’aria nel suo abbraccio impalpabile celasse un segreto.
C’era un gruppetto di persone ferme al semaforo sul marciapiede, in attesa che scattasse il verde. Affrettò il passo e si avvicinò.
« Dove state andando? » chiese.
« Dove andiamo? In un luogo fatto su misura per te » disse una del gruppo, guardando l’amica che rispose alla battuta con un lieve sorriso.
L’asino non capì o non volle farci caso.
« Posso venire anch’io? » domandò incuriosito.
« Figurati! Sai che goduria! » rispose quella, che già chiacchierava con l’amica.
L’animale si accodò al gruppetto che, col verde, aveva preso ad attraversare la strada, e si lasciò trasportare dalla corrente verso una viuzza che si inerpicava ripida, resa più stretta dalle macchine parcheggiate su entrambi i lati.
Procedettero per una cinquantina di metri fino a una scalinata che li portò all’ingresso di un grigio edificio, per buona parte privo d’intonaco. Nell’androne, che prendeva luce da una lunga parete a vetri, era un concerto di respiri affannosi, un ansimare e un prender fiato, man mano che la gente arrivava. Da lì si scese per una rampa di scale e, passato un corridoio di alcuni metri, si scese per altre scale ancora.
Che buffo, pensò l’asino, salire per poi ridiscendere. Sarebbe bastata una porta a livello di strada per evitare tutto questo andirivieni. Ma gli uomini, a volte, sono delle strane creature, concluse.
Al di là di una porta si sentiva un gran vociare.
L’attraversò e fu in un’enorme sala, colma di sedie, allineate su ampi gradoni, e tutte rivolte verso due tavoli grigi, posti nel mezzo. Dietro ai tavoli, un muricciolo, alto non più di un metro, sferzava la geometria dell’ambiente, invadendo per un brevissimo tratto il pavimento che scendeva a gradoni fino alla parete: vi era stato dipinto un rettangolo bianco, che risaltava soprattutto per il contrasto col colore di fondo, ormai sporco e consunto dal tempo. Ai lati dell’aula, colonne lisce e cilindriche davano movimento allo spazio. A occhio e croce, dovevano esserci un centinaio di persone lì dentro, ed erano per la maggior parte donne. Si scorgeva pure qualche uomo qua e là, qualcuno con la barba, qualcun altro con un’abbondante calvizie.
Nessuno badò all’animale, che si era fermato a due metri dalla porta, quasi intimorito da tutta quella gente. Solo qualche secondo dopo una delle tre persone sedute ai tavoli si accorse della sua presenza: lo fissò strabuzzando gli occhi e, senza attendere oltre, gli andò incontro lentamente.
« E lei cosa ci fa qui dentro? » domandò.
« Veramente … » fece l’asino alquanto imbarazzato.
« Sa che questa è una scuola, no? »
L’animale continuava a nicchiare.
« Non vorrei essere scortese » aggiunse la donna con un biondo caschetto cenerino appiccicato alla testa. « È contro le mie abitudini, ma vorrei che capisse … »
Per tutta risposta l’asino si avviò verso le sedie.
« Ehi, signore, forse non mi ha capito » disse la donna spazientita, correndo dietro al quadrupede, « ma lei qui dentro non può rimanere! »
Intanto sulla scena si erano accese le luci della ribalta e l’assemblea seguiva attenta e incuriosita: qualcuno era rimasto interdetto, come se davanti gli fosse comparso il diavolo o non si sa quale schifosa creatura.
Qualcun altro invece non riusciva a contenere il proprio divertimento.
« Non si potrebbe?… » balbettò l’animale.
« Cosa? partecipare alla seduta? » disse la donna, dandosi la risposta da sola.
L’asino annuì.
« Lei forse non ha capito »
Il quadrupede fece ancora qualche passo, dirigendosi verso la parte alta della sala.
« Signore, parlo con lei, sa? » lo incalzò la donna. « Ma cose da pazzi! » mormorò a denti stretti, tradendo una certa stizza. « Le ho detto che non può stare qui! »
« E perché non potrebbe? » disse a un tratto una voce femminile dalla platea. La donna col caschetto cenerino, che aveva l’aria di essere la presidente dell’assemblea, sobbalzò incredula.
« Come? perché?! »
« Cosa c’è di strano? »
« Per lei dunque sarebbe normale? »
« Per lei non lo sarebbe? »
« Maestra, ma lei dice sul serio? »
« Mai stata così seria! »
« Ma mi faccia il piacere! »
« Non vedo il motivo per cui il tipo, se lo desidera, non possa stare qui dentro » fece la signora alzandosi finalmente in piedi. Aveva un abbondante decolté rosso e il capo incorniciato da un ampio cappello piumato.
« Maestra, lei forse è impazzita! » ribatté la Presidente, risentita della piega che le cose stavano prendendo.
« Perché? » riprese la donna dalla platea. « Non è stata sempre lei a dire che questa è la scuola dell’accoglienza? »
« Acc … pp … ma lei sta scherzando!? »
« Assolutamente! Anzi, Dirigente, propongo che si voti una mozione affinché l’asino partecipi al Collegio come semplice spettatore. Senza diritto di voto, naturalmente »
« Ci mancherebbe pure!!! » esclamò la Dirigente con un sorriso sarcastico. « Comunque, io non lo permetterò! Lo proibisco! Fin d’adesso! »
« Lei non può proibire che si voti una mozione d’ordine! È il regolamento! » ribatté la donna per nulla intimorita. « Anzi » aggiunse la maestra, « propongo che si voti prima la mozione se si possa votare sulla partecipazione dell’ospite all’assemblea »
« No, no, nemmeno per sogno! »
« Dirigente, non può proibirlo, sa? »
Il battibecco durò ancora qualche minuto. Poi alla Dirigente non restò che applicare il regolamento e la mozione venne messa ai voti.
« Contrari? » chiese all’assemblea.
Nessuno alzò la mano.
« Astenuti? »
Nemmeno questa volta si vide una mano alzata.
« La mozione è accolta » dovette alla fine ammettere la Dirigente, suo malgrado.
« E adesso, secondo lei, dovremmo votare se inserire all’ordine del giorno la partecipazione dell’asino all’assemblea? »
La donna con l’abbondante decolté annuì alzando le spalle.
« Ma qui siete davvero tutti impazziti! » urlò la Presidente con gli occhi fuori dalle orbite. Ma a un tratto si calmò, come se una mano amorevole le avesse accarezzato i capelli. « E va bene » disse con tono più conciliante. « Così volete? E allora, votiamo! Contrari? »
Nessuna mano si alzò.
« Astenuti? »
Si ripeté la situazione di prima.
« Bene! Allora la mozione è accolta! Contenta, maestra? » domandò la Dirigente con un filo d’ironia.
« È una questione di principio e di democrazia » disse la donna.
« Contenta lei! » fece la Dirigente. « D’altronde » concluse, « uno più uno meno!… »
Senza fare il minimo rumore l’asino si sistemò nella parte alta della sala e attese di vedere cosa succedeva.
« E allora » disse la Dirigente, che adesso parlava in un microfono, stringendolo nervosamente con entrambe le mani, « se siete pronti, possiamo cominciare. Allora ci siamo? »
Nell’aula il brusio seguito all’ingresso dell’ospite a quattro zampe tardava a spegnersi, mentre la Dirigente si dava da fare per imporre il silenzio.
« Per cortesia … » diceva, « per cortesia … »
Finalmente ogni rumore cessò e una ragazza, seduta ai tavoli al centro della sala, lesse alcune pagine da un quaderno. Poi la Dirigente pronunciò per la terza volta la formula “contrari? astenuti?” e concluse affermando: « Il verbale è approvato all’unanimità con sei astenuti »
Naturalmente l’asino non ci capì nulla, ma soprattutto gli parve una cosa insolita che quelle creature a due zampe litigassero e si accapigliassero per il semplice fatto che lui si trovava lì dentro. D’altronde, per quale motivo non avrebbe potuto starci? Perché non avrebbe potuto esaudire quell’innocente desiderio o la sua semplice curiosità?
Ancora una cosa l’asino non si spiegava: come quella gente riuscisse a stare seduta nel chiuso di un’aula e parlare, quando lo si poteva fare all’aperto, accarezzati dalla piacevole aria novembrina. Cosa poi avessero da dirsi di tanto importante rappresentava per lui un mistero.
Ogni tanto qualcuno si alzava dalla sedia, camminava per la sala e spariva da una porticina, per tornare qualche minuto dopo e nuovamente sedersi al suo posto. Comunque c’era sempre qualcuno che diceva qualcosa: soprattutto la donna che aveva tentato in tutti i modi di allontanarlo dalla sala, era quella che parlava di più. Aveva da dire sempre qualcosa. Su tutto.
« Nulla ci vieta di fare quel che ci pare » diceva, « spalmare i ragazzi su tutte le classi o metterli dove ci pare. D’altronde i bambini con molta facilità scavalcano il confine e ci sono percorsi verticali incredibili! »
« Noi della Somari abbiamo una prima sola » disse a un certo punto una dell’assemblea, che aveva appena finito il turno alla mensa. « E se le iscrizioni calano rischiamo di chiudere! »
« Questo è davvero un problema » la assecondò la Presidente.
Uno dei pochi maschi presenti si sporse verso l’asino. « Vedi » gli disse, « questi della Somari fino ad oggi si sono chiusi nella loro torre d’avorio, rifiutando ogni coinvolgimento e collaborazione; e adesso che sono con le pezze al culo si rivolgono a noi in cerca di aiuto! »
L’asino annuì, facendo finta di essere d’accordo ma in realtà senza aver capito gran che.
« Questa deve essere dunque una priorità » riprese a dire la Presidente col microfono alla bocca, quasi stesse per mangiarlo, « al di là di ogni singola scuola. E se tutti dicono che vanno ad Altura noi dobbiamo tenere conto dell’informazione e agire di conseguenza! »
Qualche minuto dopo la donna ripeté la solita formula “contrari? astenuti?” e ancora una volta nessuno dell’assemblea alzò la mano.
Prese quindi la parola un’altra donna. « A fronte della costituzione di un protocollo » disse, « quest’anno la Regione ha allargato le maglie. E il protocollo che noi abbiamo preparato è dettagliatissimo, articolatissimo e interessantissimo e si sviluppa in ben sedici pagine! »
« Posso un attimo interromperti? » disse a quel punto la terza persona seduta ai tavoli: un uomo le cui spalle portavano il peso della carica e della dura fatica. « È bene sapere che devono partire le nomine per l’area tecnica in quanto non esistono più i progetti Sem Cam e Jafet. Quindi se vuoi organizzare una biblioteca adeguata per i corsi d’italiano L2 bisognerà individuare una persona della segreteria che conosca tutte le lingue! E poi, un’altra cosa » aggiunse. « Il protocollo viene distribuito? »
« Il protocollo lo mettiamo in visione » rispose la donna che aveva fatto l’ultimo intervento.
Questa volta fu l’asino ad avvicinarsi all’uomo che prima gli aveva rivolto la parola. « Cos’è questo protocollo? » domandò.
« Vedi il tipo seduto al tavolo? quello che ha parlato un attimo fa? Si tratta del suo collo » rispose l’uomo.
« E lo mettono in visione? »
« Lo lasceranno esposto per qualche giorno, nel caso in cui qualcuno lo voglia protocollare »
« Protocollare? »
« Metterselo al collo come un collare »
L’asino riprese il suo posto con aria non molto convinta e continuò a seguire.
« Bene » intervenne la Presidente. « Allora possiamo mettere ai voti »
Pronunciò la consueta formula dei “contrari e astenuti” e come al solito nessuno alzò la mano.
« A questo punto » fece « passiamo a un argomento importante: come suddividere i fondi »
L’asino notò che d’un tratto l’aria della sala si era ammantata di solennità e attenzione.
« I fondi quest’anno sono davvero al fondo e lo dovremo raschiare parecchio per pagare le attività » disse la Presidente. « E se togliamo la flessibilità, se togliamo l’area tecnica, se togliamo i corsi di recupero pomeridiani, se togliamo i corsi per gli stranieri, se togliamo questo, se togliamo quello, per i progetti non rimane nulla! »
In sala si alzò un brusio scontento e deluso.
« Se invece eliminiamo i recuperi pomeridiani » aggiunse, « allora qualcosa da spartire rimane »
« Ma lo stesso non molto » tenne a precisare l’uomo seduto ai tavoli. « Anche se si stanzia tutta la cifra per i progetti bisognerà fare un forfait e il compenso sarà sempre irrisorio ». Andò verso una lavagna luminosa che proiettava sul rettangolo bianco alla parete una serie di cifre e in breve spiegò di cosa si trattava, concludendo che tra “fondo d’Istituto, residui e finanziamenti regionali” non c’era da stare punto allegri.
Il malumore si palpava tra le sedie e anche l’asino, che a tutta la faccenda era e si sentiva estraneo, avvertiva un fremito sulla pelle che non riusciva a spiegarsi. Ad acuire la sua eccitazione contribuiva anche la presenza di un tale, poco distante da lui, che da un bel pezzo teneva la mano alzata e si agitava sulla sedia, rivestita di un tessuto blu scuro. Aveva le spalle sagomate come i bordi di un armadio e la testa ben rasata, lucida e levigata. Finalmente si alzò in piedi e con voce stentorea prese a dire:
« Non voglio fare polemiche ma, mi si consenta di dire che è sempre la solita storia. Non è infatti la prima volta che intervengo dicendo di sentirmi offeso nella mia professionalità, quando mi si offrono pochi danari per un’ora di lavoro! Se così deve essere » continuò scrollando le spalle, « si dica chiaramente come stanno le cose e si faccia una nomina all’ingrosso per la quale verrà assegnata la cifra simbolica di un euro o alla più sporca di due euri! »
« Professore non faccia lo spiritoso » lo rintuzzò la Presidente. « Lei sa benissimo che il fondo d’Istituto non è uno stipendio ma un budget per retribuire determinate attività. Si può dunque essere retribuiti con due euro o con duemila euro! »
La sala si agitò come messe al vento.
« Allora le dico una cosa » disse l’uomo, la cui testa cominciava a imperlarsi di sudore luccicando sotto i riflessi lattiginosi dei neon.
Più in là una delle tante donne che riempivano la sala aveva aperto una lattina di coca e adesso se la succhiava bel bella guardando un po’ annoiata quello che le accadeva attorno.
« I residui ci sono perché siamo sotto pagati. E dico questo » aggiunse il professore, « anche per l’amico che oggi è venuto a trovarci e per far capire a lui e alle colleghe che è inutile chiedere quando i soldi non ci sono! Poi possiamo anche mangiare la merenda con il prof. Scarselli e vivere con la Dirigente: se l’anno delle vacche grasse è finito bisogna imparare a nutrirsi di vacche magre! »
« Beh, professore » disse la Presidente alquanto stizzita. « Credo che non sia il caso di abbassare il livello fino a rasentare quello dell’amico che a tutti i costi avete voluto qui con noi, né alimentare o fomentare polemiche sterili »
« Io non sono qua per alimentare o fomentare alcunché » ribatté l’uomo, che ormai era inzuppato di sudore come una spugna immersa nel fondo marino. « Al di là di tutto questo, ricordiamo che la flessibilità sono danari che ci vengono dati perché lavoriamo bene, mentre i progetti sono i soldini che abbiamo la possibilità di spendere; quegli stessi soldini che ci permettono poi di soddisfare delle piccole attività. Tuttavia noi siamo magnanimi! Dovremmo far tesoro dell’esperienza e invece ogni anno diciamo la stessa cosa: “la coperta è troppo corta, troppi progetti, troppe ore, troppe attività …” E allora dividiamo una buona volta questi benedetti soldi per i ragazzini e vediamo se vale la pena finanziare un grande progetto! Non è una scrematura che può essere fatta con la sega circolare! »
Si voltò quindi verso un gruppo di donne che pendevano dalle sue labbra. « Voi maestre » disse, « siete state depauperate, dovete finalmente capirlo. Lo Stato ci obbliga a produrre queste attività che poi noi paghiamo col fondo d’Istituto. Se invece l’attivazione delle attività opzionali rientrasse nel fondo d’Istituto non staremmo qui a dibattere! »
L’asino si guardò in giro nel tentativo di capire se le donne avevano capito. E si sentì lievemente rinfrancato vedendo – almeno così interpretò gli sguardi delle maestre – che nemmeno loro avevano forse capito ciò che avrebbero dovuto capire.
Si avvicinò quindi al professore che aveva appena finito di parlare. « E tu hai capito cosa hai detto? » gli chiese.
Il professore lo guardò con un sorriso sardonico. « Non è importante capire, caro mio » rispose. « La cosa essenziale è parlare parlare parlare e tenete gli animi vigili! »
« È vero che noi non dobbiamo fare gare di accaparramento » disse un’altra maestra, « ma sono d’accordo con quello che il collega ha detto in maniera chiara come io non saprei dire »
La discussione si protraeva ormai stancamente. Alcuni cominciavano ad abbandonare la sala senza più fare ritorno e le tristi chiazze blu delle sedie vuote si facevano sempre più ampie e numerose.
Anche la Presidente sembrava ormai parlare senza troppa convinzione e neppure il microfono riusciva a dare forza alla sua voce.
In quel momento una delle poche donne rimaste chiese di intervenire.
« Io ho un problema » disse. « A me hanno tolto tutte le D e mi tocca pescare nelle eccedenze. Le D me le hanno tolte per darle agli stranieri; così quando ci saranno le malattie io non sono coperta »
« Vedrà che dopo natale le D le torneranno una dietro l’altra e allora non avrà problemi » la rassicurò la Presidente.
Poi aggiunse: « Beh, qui allora si tratta di mettere ai voti le posizioni che, per quanto ho avuto modo di capire, sono tre: la prima prevede il recupero pomeridiano come l’anno scorso e quello che resta ai progetti.
La seconda dà 50 ore al recupero e il resto ai progetti e la terza … tutto ai progetti.
Allora votiamo? Contrari? »
Non c’è bisogno di sottolineare che anche questa volta nessuna delle poche mani rimaste si alzò alla richiesta della Presidente e neppure quando pronunciò la parola “Astenuti?”
Pertanto, di lì a poco, concluse dicendo: « La votazione si è già verificata »
« Come? quando? su cosa? » sbraitò la sala.
« Avete deciso per la seconda posizione » precisò la Presidente.
« In una votazione si chiede chi è favorevole » ribatté l’uomo con la testa tirata a lucido.
« Non è necessario »
« Tu ci hai capito qualcosa? » chiese all’asino uno degli sparuti maschi rimasti, mentre stiracchiava le braccia in aria.
L’asino si strinse nelle spalle.
« Beh, amico » aggiunse l’uomo. « Io non so che gusto tu ci provi a stare qui. Ma io mi sono rotto proprio il cazzo! »
Senza aggiungere altro, si alzò e si allontanò dalla sala.
Con lui uscirono una a una le poche persone rimaste finché rimasero solo l’asino e la Presidente.
« In fondo » disse questa, « non sei poi tanto peggio degli altri! E chissà che la scuola non andrebbe meglio se avessimo voi somari sui banchi e sulle cattedre! »
« Posso tornare allora? » domandò il quadrupede con la luce della felicità negli occhi.
« Quando vuoi »
Erano quasi le otto di sera quando si trovò nella piazza dello stadio, dove il padrone lo aspettava passeggiando nervosamente avanti indietro.
« Ma dove te son stato? » gli domandò.
« In un bel posto » rispose l’asino pieno di entusiasmo.
« Andove? »
« A scuola »
« A scola? Ma ti te son mato, te son! »
« Credo che sia proprio il posto adatto per me » aggiunse l’animale. « L’ha detto anche una maestra. “È un luogo fatto su misura per te” ha detto »
« Cussì i te ga dito?! »
« Giuro. E poi anche un’altra maestra ha fatto di tutto per farmi restare. »
« Anca! »
« E alla fine pure una persona importante, che a volte chiamavano “Dirigente” e a volte “Presidente” ha detto che la scuola andrebbe meglio se ci fossero tipi come me »
« Cussì i te ga dito?! »
« Giuro »
« Ma va’ in mona de tu mare, mus de mona! »

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