Pa, mi racconti una storia?

Cap. I

Un brutto tiro

 

Alice suonò il campanello e attese.

Alcuni secondi. Poi risuonò.

Nessuna risposta e suonò ancora, questa volta tenendo premuto il pulsante.

«Chi è?» urlò una voce metallica tra i fischi del citofono.

«Sono io, Alice»

«Alice? E che crispole!» gracchiò la voce.

Il portone si aprì. La bambina chiamò l’ascensore. Pigiò il numero quattro e poco dopo entrò dalla porta che era stata aperta per lei. Un chiasso assordante veniva dal video in soggiorno.

«Ciao, nonno» disse, sfilandosi lo zainetto. Ma nessuno rispose.

La tele faceva un baccano infernale. E incomprensibile.

“…cioè … per me … cioè … io non sono … cioè … zap!… le situazioni sono molteplici e le esigenze tantissime zap!… di solito è la leonessa ad occuparsi di zap!… screak di pneumatici zap!… dovresti lasciare il tuo cervello agli scienziati: ai dottori manca sempre qualche pallina da golf zap!… non sono un cantante, faccio il rap, quella musica dura, quella senza melodia, quella che fa paura, paura, ma dove andremo a zap!… Davvero? Eh, che cosa vuoi far zap!… aaaagghhhhh!!! zap!… bang! bang! bang! bang! zap!… I’ll never fall in love again zap!… io sento di amarlo molto di più oggi di quant zap!… ah! ah! ah! ah! zap!… ueeeeeeeeeee zap!…”

Alice entrò in soggiorno con gli indici alle orecchie. Nonno Temistocle sedeva sprofondato in una grossa poltrona grigia e pigiava furiosamente entrambi i pollici sul telecomando. A momenti, per aiutarsi, stringeva la lingua tra le labbra. Non c’era pericolo che la mordesse perché la sua bocca aveva dimenticato da tempo come fosse fatto un dente. Era come se manovrasse il joystick della playstation sulla quale passava buona parte del tempo quando si stufava della tivù.

«Non c’è la nonna?» urlò la bambina per farsi sentire. Non abbastanza, se il nonno non le diede retta.

Senza scollare gli occhi dal video, lui infilò la mano in un’enorme busta di cellophane che teneva sulle gambe e la portò alla bocca, traboccante di patatine fritte.

Alice lo guardava con paziente indulgenza. Sapeva come sarebbe andata a finire di lì a poco. E non ebbe molto da attendere per averne conferma. Il nonno afferrò una lattina di coca e fece un succhio con la cannuccia, simile al gorgo dello scarico del lavandino. Fu a quel punto che si accorse di lei.

«Ah, ah, ah!» ridacchiò. «Vieni a sederti qui, vicino a me: tra poco iniziano i Bone Heads

«Lo sai che non mi piacciono quegli stupidi pupazzi!» esclamò Alice.

«Come?» strillò il nonno, che urlava già di suo. Figurarsi con la tivù a tutto volume.

«Se vuoi che mi sieda con te devi mettere il due» scandì Alice a voce alta.

«Come?» ripeté il nonno. Adesso pareva che facesse anche apposta a non capire.

«Metti il due!» ripeté Alice, alzando viepiù il tono della voce e mostrando le dita della mano.

Il vecchio fissò la bambina con uno sguardo tra il patetico e il luciferino.

«Vuoi il due?» disse a un tratto. «Potevi dirlo subito!» e pigiò il numero due sul telecomando.

Sul teleschermo comparve un branco di leoni che banchettavano con la carcassa di una gazzella.

«Va bene?» gridò.

Alice prese una sedia, la accostò alla poltrona e si sedette. Il nonno aveva il respiro così pesante che lei riusciva a sentirlo anche in mezzo a quel fracasso. Adesso si sentiva improvvisamente rappacificata, anzi provava un moto d’affetto nei suoi confronti.

«Nonno, dov’è la nonna?» domandò caramellosa.

«Cosa?»

«La noònnaa!» gli strillò nell’orecchio.

«Crispole! Che bisogno c’è di urlare?! La vecchia dev’essere giù, in bottega» Così dicendo, pescò un’altra manciata di patatine fritte e le trangugiò d’un fiato.

«Oh, scusa» fece poi con la bocca piena. «Non ti ho nemmeno chiesto se ne vuoi»

«No, grazie» disse Alice con un’aria un po’ schifata. E continuò a seguire il programma, senza accorgersi di un risolino beffardo che, nel frattempo, si era impadronito del vecchio. Sgranocchiando ed armeggiando con le mani unte dentro il bustone delle patatine, improvvisamente pigiò sul telecomando e cambiò canale.

«Ma nonno!» esclamò la bambina con un filo d’impazienza. Il vecchio si limitò a ridacchiare. Alice lo fissò indispettita: ruminava in maniera nauseabonda, lasciando intravedere quella poltiglia schifosa.

«Pensavi davvero che avremmo guardato quegli stupidi animali?» disse il vecchio senza un briciolo di pietà. Sputacchiava da tutte le parti. La bambina si alzò dalla sedia al limite della stizza.

«Sei il solito egoista!» urlò.

«E dai, non arrabbiarti, coccola» gracchiò il vecchio, non risparmiando la sua ironia. «Su, vieni qua. Adesso fanno i Bone Heads»

Alice stava immobile e in silenzio. Era furibonda. Aveva una voglia matta di legare il vecchio a una sedia e chiuderlo nello sgabuzzino; oppure prendergli quelle schifose patatine fritte e buttargliele per aria. Si sarebbe anche accontentata di strappargli il telecomando di mano e scaraventarlo a terra. Ma non fece nulla di tutto ciò: si limitò a fissare il nonno con due occhi che saettavano lingue di fuoco.

D’un tratto partì la sigla dei Bone Heads e nonno Temistocle divenne serio. Si rizzò sulla poltrona e diede al tasto del volume il tocco finale.

Prima di uscire dal soggiorno, Alice si girò verso di lui e gli indirizzò due boccacce.

                                                                                                  *  *  *

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