L’ULTIMO SPETTACOLO

La truccatrice giunse puntuale alla villa, 9:45, e si mise subito all’opera. C’era parecchio da fare su quel volto ormai appesantito dagli anni, dai pensieri e dall’assunzione di cocaina. Senza questa non avrebbe retto a lungo alle quattro ore di sonno per notte, allo stress degli impegni ed ai continui spostamenti da una parte all’altra del Paese.

Via qualche brufolo e punto nero che erano apparsi negli ultimi due giorni, via qualche peluzzo di troppo, via quelle sopracciglia e quei capelli che, come peccatori incalliti, non volevano saperne di stare al loro posto. Quindi un attento ritocco con la matita scurente ai capelli che dopo il trapianto si erano insediati in modo soddisfacente, una profonda rasatura alla barba, della crema idratante al viso e sul collo. E ancora un velo di lucido alle labbra per nascondere qualche fastidiosa screpolatura, una spennellata di ombretto e una passata di mascara agli occhi. Infine un po’ di cera sulla fronte e sulle rughe d’espressione, una mano di fondo tinta, della cipria e una spolveratina di fard sulle guance. Il restauro era terminato e la maschera pronta.

L’uomo indossò un doppiopetto grigio sopra una camicia azzurra e una cravatta a pois e si sedette per farsi allacciare le scarpe nere col tacco rialzato. Prima di uscire si guardò allo specchio, regalandosi un bel sorriso e dandosi una lisciatina ai capelli tirati all’indietro e lucidi come una palla da biliardo.

Fuori lo attendeva lo chauffeur con la Maserati grigio brunito: gli aprì la portiera posteriore destra e attese che l’uomo si mettesse comodo. Quindi la accostò quasi senza fare rumore e montò al volante.

«Al solito, signore?» domandò con una certa affettazione.

«Sì, Giovanni, al Palazzo dei Congressi» disse l’uomo senza abbandonare il sorriso accattivante.

Lo chauffeur mise in moto.

La Maserati faceva quel percorso ogni tre giorni, dalla villa al Palacongressi. Un appuntamento fisso da quattro mesi ormai.

«Di cosa parla oggi il signore?» fece lo chauffeur in tono confidenziale.

«Vuoi sapere, caro Giovanni? Per oggi non ho preparato nulla» rispose l’uomo, trattenendo una smorfia per non rovinare il sorriso.

«Come mai, signore?»

Ci fu un attimo di silenzio. L’autista guardò nello specchietto retrovisore interno. Poi l’uomo disse:

«Sono stanco, caro Giovanni»

«Ogni tanto capita, signore, soprattutto quando si hanno grandi responsabilità»

«E tanti non ti sono neppure riconoscenti. La riconoscenza, caro Giovanni, oggi è un bene raro»

«Sono d’accordo con lei, signore»

«Sai, Giovanni? Mi hai fatto venire un’idea»

«Sì, signore?»

«Oggi parlerò della riconoscenza»

«Un argomento interessante, signore»

«E sai come concluderò?»

«No, signore»

«Che oggi sarà l’ultima volta che mi vedranno»

«Non lo faccia, signore» disse lo chauffeur visibilmente commosso.

«E invece lo farò, caro Giovanni. “Ancora un poco e poi non mi vedrete” gli dirò. Così se ne accorgeranno»

«Non lo faccia, signore» ribadì l’autista, guardando ancora l’uomo nello specchietto retrovisore. «Il Paese ha ancora bisogno di lei»

«Lo so, Giovanni. Ma non mi meritano. Questo Paese è ingovernabile. Avrei voluto e potuto fare qualcosa per renderlo più agile e moderno, ma non me lo hanno permesso: da subito si sono messi a remarmi contro»

«Invidia, signore, nient’altro che invidia»

«Può darsi. Ma non solo. Anche coloro che sembravano dalla mia parte, alla fine si sono dimostrati attenti al loro tornaconto. Soldi e potere … è questo che compatta la gente attorno a te. Credi che non lo sappia? La persona ricca e potente è la più sola, caro Giovanni»

«Se mi permette, signore …» azzardò l’autista. Ma l’uomo non gli diede modo di continuare.

«So cosa vuoi dire, e ritengo che tu, Giovanni, sia l’eccezione che conferma la regola»

«Ne sono lusingato, signore»

«Tu sei, se posso dire, un po’ come i miei cani: non mi tradirebbero mai»

Lo chauffeur rimase in silenzio. E anche l’uomo, per il resto del tragitto.

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