LE SCARPE

La storia che sto per raccontarvi ha dell’incredibile e so che molti di voi non mi crederanno. Però è quello che davvero mi è capitato.
Mi trovavo ospite di mio fratello a Roma nei giorni in cui papa Wojtyla rese l’anima a Dio.
Pensai che sarebbe stato un peccato non porgere l’estremo saluto alla salma di quell’uomo santo: era come per un musulmano trovarsi a La Mecca e non rendere omaggio alla Ka’ba. Inoltre con un po’ di orgoglio, avrei un giorno potuto dire: c’ero anch’io. Decisi così di recarmi in San Pietro.
Giunto nei pressi della piccola enclave, mi accodai alla fila: mai potevo immaginare che avrei trascorso più di dieci ore in quella lenta avanzata.
Vidi mamme che si appartavano di qualche metro per allattare i propri figli e gente che si accasciava a terra per un improvviso malore; chi stava in ginocchio, raccolto in preghiera e chi fischiava per protestare contro qualche vip che passava diritto, eludendo l’attesa. Poco distante, riconobbi Zeman, l’allora allenatore del Lecce, il quale, come un comune mortale, si sobbarcò le sue lunghe ore di fila. Ma lui è troppo ceco per essere furbo come un italiano.
C’erano poi i venditori di gadget e magliette con su scritta una delle ultime frasi pronunciate dal papa: “Io vi ho cercato, adesso siete venuti da me” e qualche ristoratore improvvisato, che vendeva acqua e panini. Una ragazza, dall’accento doveva essere americana, se ne fece scaldare uno. Quando l’uomo le disse in un inglese maccheronico “faive”, mostrando cinque dita, la ragazza trasalì e urlando “What?… How much?” se ne andò infuriata e affamata, fregandosene a quel punto anche del povero Wojtyla.
Cambiano i tempi ma non i comportamenti e, per certi aspetti, sembrava di stare davanti al Tempio quando Gesù scacciò i mercanti.
Ma non è di questo folclore che volevo parlare, quanto di ciò che accadde quando, finalmente, giunsi in prossimità della salma.

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