LA PULCE E IL SOMARO

Non dar credito a ciò che senti

                        e solo per metà a ciò che vedi.

 

 

 

Una pulce, in giro per il mondo, capitò nell’orecchio di un somaro. Trovò un cantuccio tra due morbidi solchi della pelle e cominciò a succhiare. «Uno spuntino, piccolo piccolo» pensò, «tanto per tirarmi su di morale».

Succhiò.

Quando ebbe la pancia ben gonfia, si spaparacchiò sotto un albero (altro non era che un pelo del quadrupede) e prese a guardarsi l’ospite con una certa curiosità; come dire che dopo aver assaporato l’animale col palato, adesso voleva gustarselo pure con lo spirito.

Il somaro arrancava, gli occhi spiritati, madido di sudore, portandosi appresso una pesante mola in un monotono percorso circolare. E la grossa pietra, che era acconciata alla cavezza, si muoveva lentamente con lui schiacciando i chicchi di grano che le venivano sotto.

«Che animale!» pensò la pulce. «Ci vuol proprio un bel coraggio a girare con quel coso!» E portò la mano alla bocca per nascondere un risolino di scherno. Ma non le bastò. Moriva dalla voglia di mettere in mostra tutta la sua furbizia e confrontarla con la stupidità del somaro. Così, senza pensarci più di tanto, sussurrò:

«Ehi, somaro …»

Il debole suono della voce procurò un leggero fastidio all’orecchio dell’animale che senza interrompersi, scrollò il capo e continuò per la sua strada.

La cosa non piacque all’animaletto, che aveva una grande opinione di sé. Tuttavia non si perse d’animo e ripeté più forte:

«Ehi, somaro!»

L’asino alzò gli occhi, mosse la testa su e giù, fece un raglio e continuò per la sua strada.

La pulce cominciò a infastidirsi: il solo pensare che il tipo potesse farglielo apposta la contrariava e sapere per di più che la miglior risposta è la noncuranza la indispettiva oltre misura. A dire il vero nell’animaletto sorse pure il dubbio che l’asino potesse essere un po’ sordo. Così lo guardò bene in faccia, lo scrutò dalla testa ai piedi e alla fine decise che doveva trattarsi di un somaro un po’ duro d’orecchi e di comprendonio. Allora incamerò tutta l’aria che poteva e urlò:

«Ehi, somaro! Hai finito di giocare con quel coso?!»

Questa volta il somaro sentì davvero: s’arrestò, girò la testa a destra e a manca e, poiché non vedeva anima viva, domandò:

«Chi è ?»

«Io» rispose la pulce.

«Io, chi?»

«Io, la pulce»

«E cos’è Lapulce?»

(continua)

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