LA PESTE

Ricordate gli animali, sia di terra che con ali,

quando andarono da Dio, sollevando un gran brusio?

E vi ricordate pure, tra mugugni e arrabbiature,

quale monito paterno diede loro il Padreterno?

 

«Spero, amici, non facciate come gli uomini cazzate,

ché si credono ben scaltri criticando solo gli altri»?

Ma di validi consigli l’aria è piena, come i figli,

e di buoni intendimenti son le vie degli insipienti.

 

Così il sommo Padreterno, non reggendo più lo scherno,

mandò loro giù la peste, un funesto mal terrestre.

Più nessuno adesso aveva tempo, voglia oppure leva

di guardare la bisaccia del vicino o la sua faccia,

 

né pensava più al mangiare, a brigare o litigare,

né all’istinto naturale dell’amore coniugale.

 

A quel punto il re leone, che sentiva la missione

del suo incarico eminente, chiamò tutta la sua gente.

«Ave» disse preoccupato, «il Signore ci ha mandato

questa orribile sventura per la nostra testa dura

 

nel commettere peccati, senza fine e indisturbati.

Io propongo che tra noi sia a pagare, d’ora in poi,

chi ha peccato più di tutti: così solo tanti lutti

ci verranno risparmiati ed i più saran salvati».

 

Tra pareri un po’ discordi, i più furono concordi,

così a turno ognuno prese a svelar le proprie imprese.

 

«Quanto a me» il leone disse «ne ho di bestie crocifisse!

Questa bocca mia golosa ne ha sbranato sempre a iosa,

e talvolta qualche uomo mi son fatto, come un pomo.

Or se adesso è necessario, il legittimo salario

 

pagherò per le mie colpe». «O Maestà» disse la volpe,

«qualche piccola infrazione – non direi una mala azione –

certo Voi l’avrete fatta, ma non è una malefatta

e neppure fatta apposta, di persona ciò mi consta.

 

Ho poi modo di pensare – raro esempio nobiliare –

che le bestie divorate si saranno lusingate

perché scelte dal sovrano, non da un improbo marrano!

Quanto agli uomini, sia inteso, non Vi date troppo peso:

 

sono ormai sì numerosi, tronfi, assurdi, bellicosi,

che ogni tanto una sfoltita va a vantaggio della vita!»

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