IL LEGHISTA

Per quanti non lo sapessero e per i posteri che ben difficilmente avranno modo di sentirne parlare, il leghista è stato un esemplare di razza nord italica che ha occupato la scena socio-politica italiana dalla fine del XX secolo ai primi del XXI. Era animato da un forte antagonismo nei confronti dello Stato centrale (al quale avrebbe voluto non versare le tasse e dal quale avrebbe voluto separarsi) e da forme estreme di razzismo nei confronti di chiunque (meridionale o emigrato da altri Paesi) non fosse originario dei territori settentrionali, che il leghista si ostinava a chiamare “Padania”.

C’è da aggiungere che molti leghisti avevano comunque origini meridionali, in quanto figli di emigrati o vecchi emigrati essi stessi.

 

 

 

Il controllore gli punzonò il biglietto e continuò il suo giro.

L’uomo diede un’occhiata alla punzonatura e ripose il biglietto nella tasca. Quindi da un cartoccio che teneva sulle gambe, trasse un bel panino avvolto in una pellicola trasparente e cominciò a svolgerlo. Man mano che il pane veniva liberato dal suo involucro, sprigionava nel vagone un profumo di prosciutto cotto, con cui era abbondantemente farcito.

Qualche secondo e l’uomo affondò i denti nella tenera mollica, facendo scricchiolare la crosta di croccante fragranza.

Masticando, osservava soddisfatto gli interminabili campi, arati di fresco, che passavano da un lato all’altro del finestrino. Guardava anche il fazzoletto verde che portava attorno al collo e il distintivo all’occhiello della giacca che, di tanto in tanto, apparivano riflessi sul vetro, a seconda del gioco di luci e ombre. Era orgoglioso di quel colore e di quei simboli che, ricordandogli di appartenere a un gruppo politico di cui andava fiero, gli infondevano sicurezza.

Un secondo, un terzo morso.

D’un tratto su un sedile di fronte, al di là del corridoio, si sedette un uomo dai tratti somatici chiaramente nordafricani: sembrava trovarsi sul treno più per caso che per raggiungere una destinazione precisa. Il tipo si accoccolò e prese a fissare l’uomo con tale desiderio che gli occhi quasi gli lacrimavano. Ogni boccone era un piacere e una pena al tempo stesso e il povero diavolo lo accompagnava con la mimica delle labbra, come fosse lui a mordere e masticare quel pane, e del naso, col quale sembrava voler raccogliere anche l’ultima goccia di profumo di cui l’aria era intrisa.

L’uomo dovette sentirsi osservato, oppure vide il riflesso del vagabondo sul finestrino, perché si girò di scatto, cogliendo il poveruomo nell’atto di gustare il suo boccone: era come se improvvisamente quel pane fosse diventato amaro e il piacere di morderlo si fosse mutato nella nausea di chi in mezzo alla mollica ha trovato una blatta.

«Merda!» pensò l’uomo.

Con aria schifata appoggiò il panino sul cartoccio e inghiottì a forza. Quindi si diede a osservare il suo uomo nel riflesso del vetro, quando ciò risultava possibile. Lo scorgeva sempre rivolto verso di lui, sicuramente in attesa di vedergli sferrare un altro morso. Ma non gli avrebbe dato questa soddisfazione! A parte il fatto che sentirsi osservato non gli faceva venire per niente voglia di mangiare. E da chi, poi! Un africano!

«Ma guarda questa gente» pensò ancora l’uomo. «Cosa ci viene a fare qui! Se ne stiano a casa loro invece di venire a rompere le scatole qui in Italia! Arrivano, ci prendono il lavoro e noi gli diamo pure casa e assistenza! Paghiamo le tasse per mantenere loro! Come no! Ha ragione il capo che bisognerebbe bombardare i barconi prima che sbarchino sulle nostre coste!»

L’uomo interruppe il flusso dei suoi pensieri. Chissà che l’ultima riflessione non gli fosse sembrata un po’ troppo pesante. Ma per poco.

«Ci mancherebbe che adesso venisse a chiedermene un pezzo!» riprese a farfugliare a mezza voce. E si girò verso il nordafricano: eccolo! non faceva altro che fissare il suo pezzo di pane.

«Lo vuoi?» avrebbe voluto dirgli. «Tiè!» e glielo avrebbe buttato per terra, come si fa con i cani. Ma avrebbe fatto il suo gioco.

Intanto l’insofferenza si era fatta epidermica e, mescolandosi al disgusto, aveva reso l’agitazione così incontenibile che l’uomo improvvisamente si alzò: si incamminò lungo il corridoio e sparì dal vagone.

Il nordafricano sembrò di colpo svegliarsi dall’incantamento. Si guardò attorno, quindi distese le gambe e chiuse gli occhi, facendosi cullare dallo sferragliare delle ruote sui binari.

… … …

«Biglietto» disse una voce.

«Biglietto, prego» ripeté la voce alzando il tono.

Il nordafricano aprì gli occhi, frastornato.

«Allora, ce l’hai il biglietto?» disse ancora la voce del controllore.

L’uomo sembrava non capire.

«Bi-glie-tto» ripeté il controllore, scandendo la parola e facendo la mimica con le mani.

«Io … fame …» riuscì a sillabare il povero diavolo.

«Andiamo, vieni con me!» gli intimò il controllore. E poiché il nordafricano non accennava ad alzarsi, lo prese per un braccio e lo accompagnò al di là della porta. Mentre andava via, il poveretto diede un’ultima occhiata al pane col prosciutto sulle gambe dell’uomo, che nel frattempo era tornato al suo posto. Aveva un’aria soddisfatta.

Qualche istante dopo riprese a mordere il suo panino, osservando gli interminabili campi, arati di fresco, che passavano da un lato all’altro del finestrino mentre, di tanto in tanto, riusciva a vedere riflessi il fazzoletto verde e il distintivo che, ricordandogli la sua appartenenza, gli infondevano orgoglio e sicurezza.

 

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