I COLORI DI ARLECCHINO

Il mondo è di tanti colori,

come le diverse culture e tradizioni.

Se un modello vince sugli altri,

il mondo diventa tutto di un colore.

Vorrei invece che le culture

si fondessero insieme, così da avere

un mondo come il vestito di Arlecchino.

 

(Elisa 13 anni, giugno 2003)

 

Indossavano magliette

rosa azzurre ciclamino

verdi rosse, ogni colore.

Pelle nuda, pelle bianca

pelle gialla rossa nera.

 

Eran belli dentro e fuori.

 

Bello il verde sopra il bianco

filo d’erba sulla neve,

bello il bruno sopra il giallo

mille e mille girasoli,

bello l’indaco sul rosso

cielo nuvole al tramonto,

bello il giallo sopra il nero

ape in volo sopra i fiori.

 

Un bel giorno il grigio esplose:

grigio l’abito, la mente

grigio il cuore, le emozioni.

Fece grigio ogni colore

ogni volto, ogni maglietta.

 

Eran grigi dentro e fuori.

 

Grigio il verde sopra il bianco

fil di ferro nel cemento,

grigio il bruno sopra il giallo

un tappeto di bitume,

grigio l’indaco sul rosso

fumo denso sulle case,

grigio il giallo sopra il nero

tanti cacciabombardieri.

 

 

Trasformò il mondo intero,

ne ridisegnò i contorni:

terre mari laghi fiumi

monti fino a sopra il cielo,

straordinaria integrazione.

Eran tutti belli. E grigi.

 

E vivevano avventure

incredibili, su schermi,

per satellite una chat

pur lontani miglia e miglia,

raggiungevano in due ore

l’altra faccia della terra,

liberavano la mente,

luci e suoni fino all’alba.

 

Un bel giorno mise tenda

un insolito teatrino.

« Gente, oggi tutti al parco

alle ore diciassette »

in città girò la voce.

 

Eran tanti, tutti uguali.

 

Allineati ritti in piedi

stretti l’uno accanto all’altro,

indossavano magliette

grigie sulla pelle grigia,

masticavano la gomma

e succhiavano la coca,

lusinghevole pedaggio

alla globalizzazione.

 

S’alza agile il sipario:

sul proscenio Pulcinella,

veste candida di seta,

orologio e manganello,

ride ammicca ghigna sciala.

 

Dice all’uditorio, pago:

 

« Siete tutti come figli,

o incantevoli creature,

tutti uguali e ordinati

ben tenuti e ben pasciuti,

tutti liberi di andare

per il mondo in lungo in largo,

tutti pronti a divertirvi,

stare svegli, consumare! »

 

Entra placido Arlecchino,

il vestito arcobaleno:

salta fischia balla canta

guarda in su, in giù … si ferma,

gli occhi un velo di tristezza.

Dice al pubblico, dolente:

« Ha ragione Pulcinella,

siete tutti belli, grigi

come il cielo come il mare

come i fiumi, i monti, i laghi

come le città, le case,

grigi dentro, grigi fuori

come i cuori e le magliette

sulla vostra pelle. Grigia ».

 

« Cosa vai farneticando,

stolto e inutile cencioso? »

ammonisce Pulcinella.

 

« Nulla. Riflettevo solo »

dice timido Arlecchino,

« che nei panni in cui mi trovo

sono come un pulcinella ».

 

« Cosa fai? Mi prendi in giro? »

 

« Io? Giammai ci proverei! »

 

« Ed allora, avanti! Spiega! »

 

« Guarda come sono belli,

quei miei poveri fratelli »

dice mesto l’Arlecchino,

indicando l’uditorio.

 

« Ed allora? » Pulcinella.

 

E Arlecchino: « Non è giusto

che sia solo io rimasto

pien di stupidi colori.

Anzi, a dire proprio il vero,

siamo in tre con tal difetto:

l’indomato Arcobaleno,

che non fa più capolino

su nel cielo, per paura

di lasciarci i suoi colori,

il conservatore Sole

e Arlecchino, il qui presente.

 

Pure grigio è diventato

per aver cittadinanza,

su nell’alto dei suoi cieli

il divino Padreterno! »

 

Pulcinella è un po’ stordito,

non capisce se l’amico

fa sul serio o il mattacchione.

Guarda l’orologio al polso.

« Basta! Il tempo è ormai scaduto! »

dice con l’affanno al petto.

« Tutti abbiamo un gran daffare

per curare e far più grigia

questa civiltà globale! »

 

« Un momento » fa Arlecchino,

si rivolge all’uditorio.

« Una cosa voglio dirvi,

miei amorevoli fratelli:

siete sani, grigi e belli,

incantevoli creature,

come dice Pulcinella,

“ben tenute e ben pasciute”.

Cosa dunque ve ne importa

se lasciate qui per sempre,

come personale offerta

sull’altare di un’ingorda

falsa globalizzazione,

uomo, cuore e fantasia? »

 

Tutti sono zitti, attenti,

allineati, ordinati.

 

« Ma chi sono io per dirlo?

uno stupido Arlecchino

che è rimasto coi colori

e non sa vestire il grigio!

che si perde dietro vecchie

calde stupide emozioni! »

 

Una lacrima sul volto

scende al povero Arlecchino,

una lacrima d’argento,

nuova stella al firmamento.

 

« No, non datemi più ascolto »

lui continua, il cuore ardente.

« Siete sani grigi e belli

come macchine perfette

che non temono emozioni.

Così non vi affliggerete

quando il nostro Pulcinella

una gran manganellata

mi darà sulla capoccia! »

 

« Se poi questo è quel che vuoi

t’accontento presto e bene! »

pronto esclama Pulcinella.

E con due manganellate,

senza tema e senza indugio,

lo distende lungo a terra.

Arlecchino si ripara

con le mani e con le braccia,

ma non smette di gridare:

« Forza, picchia, non fermarti! »

 

Pulcinella lo bastona

con violenza, lo fa in pezzi:

dal vestito arcobaleno

si disperdono i colori,

alti volano nel cielo

sopra il parco, sulle case,

fino a perdersi alla vista.

« Finalmente! » sazio esclama

l’altruista Pulcinella.

« Uno scocciatore in meno! »

 

Tra gli spettatori attenti,

con il cuore tutto preso

da una grigia commozione,

fu di pietra il gran silenzio,

lungo, spesso, fastidioso.

Poi d’un tratto, in mezzo al parco,

due singhiozzi caldi e rotti

allentarono l’affanno.

 

Si voltarono di scatto

tutti quanti verso il punto:

un bambino ben tenuto,

nella sua maglietta grigia,

grosse lacrime piangeva,

mentre il babbo, imbarazzato,

lo tirava per la mano.

« Non badate, è piccolino »

lui diceva, « poco avvezzo

alle asprezze della vita ».

E arrossì con un bel grigio

che gli tinse faccia e dita.

 

Or s’accorsero un po’ tutti

che non era grigio il bimbo

e qualcuno vide ancora

che, nel punto in cui cadevan

le sue lacrime d’argento,

l’erba diventava verde.

 

Corse in giro quella voce

da uno spettatore all’altro:

si chiedevano un po’ tutti

se non fosse meglio stare

in un mondo colorato,

che su un globo omologato.

Poi, d’un tratto, qualcun altro

alzò dritti gli occhi al cielo.

« Là, guardate! » urlò esitante,

« i colori di Arlecchino! »

 

Giù venivano dall’alto

quei pezzetti colorati:

rosa azzurri ciclamino

verdi rossi, ogni colore,

e ciascuno s’affannava

per averne almeno uno.

 

« Cosa fate? Fermi tutti! »

blaterava Pulcinella

alla gente, su dal palco.

 

Ma nessuno più ascoltava

quelle comiche parole.

Che giocosa baraonda!

 

Chi prendeva un pezzo rosso,

chi un bel giallo, un ciclamino,

chi un bel verde, un arancione,

un azzurro ed un violetto.

 

Nel frattempo su, nel cielo,

nuvoloni gonfi e grigi

minacciavano di pioggia.

 

« Forza, presto! Intervenite! »

si sgolava Pulcinella.

« Inondate di un bel grigio

tutta questa brava gente! »

 

Ed i grossi nuvoloni

non attesero un minuto:

piovve, piovve sopra il parco,

sopra i tetti e le campagne,

sopra i monti, i fiumi, i laghi,

sopra il mare, sulla terra.

Piovve sulle facce stanche

d’esser grigie e solo grigie,

sopra i cuori palpitanti

e le menti quasi assenti.

 

Quando alfine cessò tutto,

ogni cosa era inzuppata:

zuppa l’erba, zuppo il parco,

zuppi gli alberi e le case,

strade, campi, fiumi, mari,

ogni angolo di terra.

Zuppo pure Pulcinella

che guardava l’orologio:

« Or bisogna lavorare

per potere rimediare! »

 

Poi qualcuno alzò la testa:

« Lì, guardate! su, nel cielo! »

 

Quando alzarono lo sguardo

la sorpresa fu totale:

il grigiore avea perduto

la sua cappa, e nell’azzurro

un festante arcobaleno

balenava colorato

dei suoi rossi aranci e gialli

verdi azzurri blu viola

ed in mezzo risplendeva,

nella mente a lor pareva,

la parola pace. In oro.

 

L’aria tersa, frizzantina,

dava forza e godimento

alla mente, al corpo, al cuore:

non più plumbeo tormento.

 

Si guardarono negli occhi

l’un con l’altro, il volto lieto,

e si videro riflessi

più non grigi ma a colori:

chi li aveva verdi o bruni

gli occhi, azzurri oppur castani

e la pelle avea perduto

il grigiore scolorito

per riprendersi il suo bianco

od il nero, il rosso, il giallo.

 

Sulla pelle le magliette

eran diventate rosa

verdi azzurre ciclamino,

pelle nuda, pelle bianca

pelle gialla rossa nera.

 

Eran belli dentro e fuori.

 

Bello il verde sopra il bianco

filo d’erba sulla neve,

bello il bruno sopra il giallo

mille e mille girasoli,

bello l’indaco sul rosso

cielo nuvole al tramonto,

bello il giallo sopra il nero

ape in volo sopra i fiori.

 

Eran belli dentro e fuori.

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